240 ANNI DALLA POSA DELLA PRIMA PIETRA DELLA NUOVA CHIESA CATTEDRALE

27 Ottobre 1776 – 27 Ottobre 2016

La Cattedrale, simbolo di unità per tutta la Chiesa locale

“Beati coloro che abitano nella Tua casa, o Signore: Ti loderanno sempre!”(Salmo LXXXIII 5). Questo è uno degli ultimi salmi dei figli di Core. E’ il canto elevato dagli Israeliti quando nelle feste di Pasqua, di Pentecoste e dei Tabernacoli andavano pellegrini in carovane al tempio. La solennità della ricorrenza ultrabicentenaria della posa della prima pietra della nostra Chiesa Cattedrale richiama la santità di questo edificio e ci invita a ritrovare il gusto sapiente dell’intimità silenziosa con Dio, nella Sua casa. Ecco dunque l’importanza del tempio per noi cristiani: la chiesa-edificio non è solo il luogo dove abita Dio, come al tempo dei pagani che avevano templi piccolissimi, ma il luogo dove tutto il popolo s’incontra con Dio. Di qui il duplice carattere del tempio: sede di Dio e tenda del popolo; luogo di cose che scendono dal Cielo e di cose che al Cielo salgono. Tutto questo non è condizionato né dallo splendore, né dalla semplicità della Chiesa, bensì dalla genuinità delle forme con le quali questo contatto si può realizzare. Nell’accingerci a ricordare il felice evento, giova ricordare ciò che il Concilio afferma a proposito della Cattedrale:”Il Vescovo deve essere ricordato come il grande sacerdote del suo gregge: da lui deriva e dipende in certo modo la vita dei suoi fedeli in Cristo. Perciò tutti devono dare la più grande importanza alla vita liturgica della diocesi che si svolge intorno al Vescovo, principalmente nella chiesa cattedrale: convinti che c’è una speciale manifestazione della Chiesa nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il Vescovo circondato dai suoi sacerdoti e ministri” (Cost.S.C. IV,41).

Le diverse cattedrali di Adria

La nascita della Chiesa di Adria, intesa come società di fedeli alla parola di Gesù, non ha una data precisa. La prima testimonianza certa risale al 649, con la partecipazione del Vescovo Gallionisto al Sinodo romano che condanna il monotelismo. Tuttavia, la presenza sul territorio di antiche testimonianze cristiane ed il collegamento con Rimini e Ravenna tramite la via Popillia (132 a. C.), rimasto attivo anche nel Medioevo con l’innesto della Romea, stanno ad indicare una diffusione del culto in epoca tardoantica, come è avvenuto nei centri più importanti delle Venezie. Partendo dalla considerazione, avallata da documenti storici di buona credibilità, che la prima Chiesa cattedrale fosse situata nel “sestiere” della “Tomba”, si ritiene che la scelta di edificare la cattedrale a nord della città, sia stata dettata principalmente da motivi di sicurezza. La denominazione “Castello” data al nuovo “sestiere”, infatti, conferma questa tesi. Bisogna rifarsi al privilegio del 14 marzo 863, concesso da Papa S. Niccolò I al Vescovo di Adria Leone, per capire le ragioni della ricostruzione della cattedrale in un luogo più sicuro (il documento accenna alla “restaurazione e riedificazione della Chiesa distrutta dalle fondamenta..”). Anche il privilegio del maggio 920, rilasciato al Vescovo di Adria Paolo de’ Cattanei da Papa Giovanni X (il documento che autorizza la costruzione del castello di Rovigo), impone al Vescovo la “restaurazione della Chiesa rovinata e distrutta dalle fondamenta..”. Potrebbe intendersi una ricostruzione spirituale della Chiesa diocesana ma, conoscendo i disastri prodotti in quell’epoca dalle invasioni dei popoli barbari provenienti dal nord dell’Europa, potrebbe anche trattarsi di una vera e propria ricostruzione materiale della Chiesa cattedrale. E’ certo però che i lavori di costruzione della nuova cattedrale furono avviati al “sestiere” di “Castello” nel 1050, dal Vescovo Benedetto I. La chiesa fu completata nel 1067 dal successore Tutone. Solo nel 1184 (secondo il verbale in latino della visita pastorale compiuta da mons. Eufemio Paccaroni nel 1558), la cattedrale fu consacrata dal Sommo Pontefice Lucio III (1181-1185) che si trovava esule a Verona ed aveva già consacrato le cattedrali di Modena e forse anche Bologna. Restaurata nel 1407 e 1463, fu completamente rifatta nel 1628 e consacrata dal Vescovo Giovanni Paolo Savio il 22 maggio 1644. Nuovamente ingrandito per l’aumento della popolazione, il sacro edificio divenne non solo insufficiente ma anche pericoloso per cui, trascorso un secolo, si pensò seriamente alla costruzione di una nuova cattedrale.

La nuova Chiesa Cattedrale

Francesco De Lardi nelle sue “Indicazioni utili ad un forestiero in Adria” (1851) su questo argomento è piuttosto essenziale e così si esprime:”La prima pietra di questa nuova Chiesa venne posta nel giorno 27 Ottobre dell’anno 1776 da mons. Arnaldo Speroni degli Alvarotti Vescovo di questa città”. Ed ancora in maniera essenziale riporta: “Innalzate le fondamenta del coro e presbiterio a livello del suolo, venne abbandonato il lavoro, e questo totale abbandono fatalmente durò fino all’anno 1811, nel quale il zelo pel divin culto e pel patrio decoro inspirò coraggio al non mai abbastanza encomiato mons. don Sante Toffanelli, Arciprete della Cattedrale, di dare dopo tanti anni di piglio all’opera, fiduciando solo nella pietà dei cittadini, i quali però alla sua fiducia pienamente corrisposero”. Purtroppo mons. Toffanelli, che aveva preso su di sé il grandioso progetto facendolo progredire alacremente nonostante le ristrettezze dei tempi, morì prematuramente il 22 maggio 1821. Gli atti capitolari informano che nel 1814 erano già state portate a compimento parti essenziali della chiesa, comprendenti coro, tribuna, crociera e sacrestie laterali. Mancava ancora la copertura della crociera che fu completata nel 1818. Il 10 dicembre 1825 “a conforto dei cittadini e di tutta la Diocesi”, come recita un avviso pubblicato sulla “Gazzetta Privilegiata di Venezia”, il Vescovo Carlo Pio Ravasi consacrò solennemente le parti ultimate, compreso il maestoso altare dei pontificali. I lavori furono ripresi con nuova lena nel 1830, piantando le fondamenta di tutto il rimanente corpo della Chiesa che fu completato e benedetto il 22 dicembre 1836 dal Vescovo Antonio Maria Calcagno. Resterà ancora un lungo lavoro di circa mezzo secolo per dare alla chiesa la veste attuale improntata ad una “imponente, solenne semplicità”. La consacrazione dell’intero sacro edificio infatti, fu eseguita il 10 settembre 1882 dal Vescovo mons. Giuseppe Apollonio. Francesco De Lardi conclude la sua relazione con una sottolineatura importante, che ci fa capire come il nuovo tempio sia stato fortemente voluto dai fedeli: “Una tale grandiosa fabbrica fu incominciata, proseguita e compìta mercè le sole offerte dei fedeli, ciocchè forma una non equivoca prova della costante pietà degli Adriesi”. Il De Lardi spiega poi che il primitivo disegno di questo tempio, avrebbe dovuto essere una esatta copia della Chiesa cattedrale di Venezia (dedicata a S. Pietro nel sestiere di Castello). Infine afferma che in sede di realizzazione furono apportate varie modifiche al progetto originale “delle quali non si sanno conoscere i ragionevoli motivi” per cui, conclude, “vi si scorgono non pochi difetti…ma questi non tolgono che la Chiesa non sia da giudicarsi grandiosa e degna di essere la madre di tante altre”. Alle considerazioni del De Lardi fanno eco le parole scritte al riguardo dallo storico F. A. Bocchi (“Della Sede Episcopale di Adria”, 1858) che parla di una costruzione “non condotta in vero dietro un unico preavvisato pensiero…mutando spesso disegno” sicchè “ne risultò un edificio non scevro di gravi difetti in linea d’arte..”. Tuttavia, apprezzando la scelta fatta aggiunge con orgoglio: “Infatti la nuova cattedrale si alzò parecchi piedi sul livello dell’antica e, se l’eleganza e le proporzioni furono qua e là trascurate, nol fu certo la solidità e la grandezza, per cui ad onta de’ suoi difetti, maestosa si presenta alla vista, ed è capace di oltre 4000 persone”.

Progetto e costi

In realtà, il progetto fu eseguito a più mani. Per i primi accertamenti sul posto il Vescovo Speroni aveva inviato ad Adria Giovanni Battista Padrin, privo di titoli accademici ma ben considerato per varie opere murarie eseguite a Padova, Venezia e Rovigo. A Rovigo, tra il 1770 e il 1778, aveva innalzato la cupola del Duomo, rifatta completamente da altri nel 1791 per gravi problemi di staticità. Dopo un primo sopralluogo alla vecchia cattedrale, l’incaricato del Vescovo dichiarò sotto giuramento che non sussisteva alcun pericolo e, quindi, non era necessaria la demolizione. Evidentemente il Capitolo non si fidò di questo giudizio e fece intervenire l’architetto veneziano Bernardino Maccaruzzi, previa comunicazione al Presule. Il Vescovo non accolse di buon grado la lettera dei canonici, ma, da quanto si può intuire, si adoperò per un accordo tra i due progettisti che si impegnarono a collaborare per la realizzazione del progetto Maccaruzzi. Successivamente, dopo il completamento della parte absidale (1814), entrò in campo un terzo architetto, il lendinarese don Giacomo Baccari noto per aver progettato presbiterio e cappella del bagno al santuario del Pilastrello e la chiesa di San Biagio a Lendinara ed, inoltre, la chiesa di Saguedo.

Fondi per la costruzione

In merito alle spese incontrate per l’edificazione della Chiesa il Bocchi non ha dubbi e, dopo aver dichiarato che risulta impossibile calcolare quanto sia effettivamente costata la costruzione della nuova cattedrale (“Chi potrebbe ridurre ad una cifra bastantemente sicura la enorme somma dispendiata in questo tempio nel corso di tanti anni?”), afferma:”Eppure quasi tutta fu ricavata dalle offerte dei fedeli, e l’obolo del poverello fu la precipua sorgente di rendita, che ridusse a termine quell’ampia mole”. E’ evidente che, in una realtà economica povera come quella adriese, il reperimento dei fondi per la costruzione della nuova Cattedrale ha costituito il problema principale della grandiosa impresa. A tale scopo, con il sostegno della legislazione vigente, furono avviate varie iniziative pubbliche. A testimonianza del sostegno della Comunità cittadina, fin dal 1762, il Minor Consiglio dei 55, che esercitava diritti in materia economica e di buon governo della città, aveva proposto di imporre per la durata di anni 10, “un bezzo per libbra” su tutte le carni vendibili in Adria e nei borghi lontani non più di tre miglia. Nonostante le difficoltà incontrate nell’applicazione, l’imposta ottenne l’approvazione dal Senato Veneto. Nel 1782, lo stesso Senato, sollecitato dal “Nunzio” Antonio Giulianati, interprete delle istanze della Fabbriceria, concesse una ulteriore imposta decennale gravante “un tanto per capo di ogni animale da macello vendibile in città e nei borghi circostanti”. Gli atti capitolari non rivelano altre notizie di applicazione d’imposte ma si soffermano sulle numerose elemosine raccolte tra i cittadini, rivelatesi indispensabili per la costruzione della prima parte della chiesa (coro, tribuna, crociera). La Mensa vescovile, alla quale provenivano i redditi della Chiesa polesana (calcolati in circa seimila ducati), costituiti da livelli, affitti dei fondi di San Biagio, Lendinara ed Arquà e, soprattutto in decime, era pressata dalle imposizioni statali principalmente destinate alla riparazione e difesa degli argini del Po, per cui il Vescovo non era nelle condizioni di contribuire al finanziamento dei lavori. I fabbricieri, tuttavia, erano a conoscenza che il Capitolo godeva di una pensione annua concessa dal Pontefice Benedetto XIV (1740-1758), su istanza avanzata dai canonici nel 1747 per l’erezione di una nuova chiesa, pensione riconfermata dal successore Clemente XIII (1758-1769). Il privilegio invocato dal Capitolo, traeva origine dalla bolla rilasciata nell’anno 920 dal Pontefice Giovanni X al Vescovo di Adria per l’erezione della Cattedrale distrutta. La Fabbriceria potè così contare sul contributo pontificio il cui ricavato, però, risultò appena sufficiente per l’acquisto di casa Groto e per l’approvvigionamento di una limitata quantità di calce e di pietre.

Situazione economica e demografica

La difficile situazione economica in cui si dibatteva l’area adriese nel XVIII secolo, consentiva di poter contare su risorse assai limitate. Secondo alcuni dati forniti da F. A. Bocchi, nel 1780 gli abitanti del Comune di Adria risultavano 6.175, distribuiti in 943 famiglie. Nel 1801 erano saliti a 7.575. Tra questi, si potevano contare solo 393 possessori di fondi (5%). Con l’introduzione delle macchine a vapore e la bonifica delle valli circostanti, migliorarono le condizioni economiche ed il numero degli abitanti salito, nel 1820, a 11.178. Di conseguenza, migliorarono anche i ricavi delle elemosine per la Chiesa.

Le fasi preliminari della ricostruzione

Già nei primi anni del ‘700 i canonici del Capitolo informarono il Vescovo Filippo della Torre (1702-1717) che era assolutamente necessario intervenire sul tetto della Cattedrale: a tale scopo chiedevano l’autorizzazione a raccogliere l’oblazione dei fedeli. Verso la metà del secolo alcuni  nobili della città (Agostino Mecenati, Raimondo Lupati, Giuseppe Giulianati) definivano la chiesa “ruinosa e quasi cadente per la sua antichità, non meno che angusta”. Nel 1770, in una nota congiunta giurata, il Capitolo ed alcuni cittadini dichiaravano che la Cattedrale si trovava in uno “stato infelice” ed era pure estremamente ristretta ed angusta a causa dell’aumento della popolazione, tanto che durante le funzioni solenni molte persone dovevano sostare fuori e spesso ritornavano alle loro abitazioni senza aver potuto assistere alla S. Messa. Alla luce di questo stato di cose, sulla base dei rilievi eseguiti da tecnici, si discusse molto sulla opportunità di procedere ancora una volta al restauro del vecchio edificio oppure di dare avvio ad una nuova Cattedrale. Per affrontare la delicata questione, il Consiglio Generale della città incaricò dodici cittadini scelti tra i nobili. Questi “deputati alla rifabbrica della chiesa”, più comunemente chiamati “fabbricieri”, presero subito contatto con Antonio Giulianati, che ricopriva la carica di “Nuncio” di Adria a Venezia, perché li guidasse nei meandri della burocrazia della Serenissima. Contemporaneamente furono presi contatti con il Vescovo Arnaldo Speroni degli Alvarotti, che fu informato dettagliatamente sullo stato delle cose. Lo Speroni, padovano di nobili origini, aveva compiuto gli studi presso il monastero benedettino di S. Giustina di Padova e di S. Maria di Firenze. Gli annali benedettini lo ricordano come uomo erudito e colto, maestro dei novizi in S. Giorgio a Venezia e poi in S. Paolo fuori le mura a Roma. Governò la Diocesi di Adria per un lungo periodo (1766-1800) lasciando segni importanti del suo Ministero: restaurò i palazzi vescovili di Adria e Rovigo, consacrò ed eresse molte chiese, eresse un nuovo Seminario a Rovigo. Gli atti del Capitolo della Cattedrale conservano una fitta corrispondenza tra la Fabbriceria ed il Vescovo, a partire dal 12 giugno 1773. Scorrendo quelle lettere si capisce come il Vescovo fosse interessato alle sorti della sua Cattedrale. Gli atti capitolari scandiscono i vari passaggi che hanno portato alla decisione di costruire ex novo la Cattedrale abbandonando definitivamente la soluzione del recupero del vecchio edificio. Era però necessario superare vari ostacoli tra cui, l’acquisizione di una casa con terreno di proprietà del nob. Alvise Groto adiacenti alla vecchia chiesa, che impedivano, di fatto, la costruzione del nuovo edificio sacro. Altri edifici ed aree private tuttavia, costituivano impedimento per la realizzazione del progetto. Lo si apprende dalla relazione (marzo 1773) dei periti che hanno effettuato gli accertamenti sull’idoneità del terreno per incarico della Fabbriceria. La commissione, formata dai pubblici periti Carlo Zanolivani, Giuseppe Munerati, Franco Campanella ed integrata dal capo muratore Giovanni Donà e dai muratori Lorenzo Barbujan e Giuseppe Groto, stabilì che era possibile costruire solo dalla parte di Levante, sull’area occupata dall’abitazione del Groto. A Ponente infatti correva la strada pubblica che costituiva l’unico accesso all’abitazione del nobile Pietro Giulianati, mentre a Tramontana la stessa casa padronale del Giulianati ed un terreno del Groto, bloccavano ogni possibilità di espansione. A Mezzogiorno si apriva la pubblica piazza che aveva dimensioni ben più ristrette di quelle attuali. Da questa situazione sembra essere scaturita la scelta dell’orientamento attuale, assai diverso da quello delle precedenti Cattedrali che avevano l’abside rivolta ai luoghi santi che conobbero il martirio di Gesù. La scelta dell’orientamento sud-nord, tuttavia, potrebbe essere stata determinata anche da motivi urbanistici. La piazza principale di Adria (piazza di “Castello”), nella quale si affacciavano il palazzo Pretorio, il Fondaco pubblico, la Cancellaria pretoria, l’Ospedale dei poveri con l’orologio, l’Oratorio del SS.mo Sacramento, la Chiesa di San Spiridione, la Cattedrale ed il Vescovado, era considerata troppo angusta e, agl’inizi del 1800, sulla spinta del rinnovamento blasfemo proveniente d’oltralpe, fu allargata nelle dimensioni attuali abbattendo inesorabilmente gli edifici pubblici più importanti nei quali, sulla base degli antichi statuti, fu esercitato per secoli il governo della città. Superate comunque tutte le difficoltà di ordine burocratico, il 12 agosto 1775 giunse da Venezia la felice notizia dell’approvazione da parte del Collegio dei Pregàdi (Senato della Repubblica) del decreto che autorizzava la ricostruzione della Cattedrale “ad onore di Dio, decoro del principato e migliore servizio delle anime”. Lo stesso decreto autorizzava anche l’acquisto e l’abbattimento di casa Groto.

La posa della prima pietra

A partire dalla primavera del 1776 iniziarono a giungere in città i materiali necessari per la costruzione. Per tutta la primavera e l’estate grosse barche fluviali scaricarono ininterrottamente pietre grandi e medie e consistenti quantitativi di calce padovana e d’Istria per la rifabbrica della Cattedrale. Frattanto, il 16 ottobre il Vescovo fu informato che la Fabbriceria aveva preso accordi con il capomastro veneziano Gaspare Brunello per la direzione dei lavori. Il Brunello, che aveva acquisito una certa notorietà con la costruzione di altre chiese, era ritenuto “persona capace di delineare le fondamenta della cattedrale”. Non appena ricevuto l’incarico, egli si accinse ad avviare i lavori di scavo delle fondamenta approfittando di un lungo periodo di siccità. Si giunse così alla suggestiva cerimonia della posa della prima pietra. La cronaca di questo importante evento ci è stata trasmessa da un testimone oculare di grande attendibilità: Francesco Girolamo Bocchi, che all’epoca ricopriva l’incarico di Cancelliere presso la Curia adriese.

                                                                                   ALDO RONDINA

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